Regia: James Mangold
Cast: Christian Bale, Matt Damon, Jon Bernthal, Noah Jupe
USA 2019, 152 minuti
Genere: biografico, sportivo, drammatico
James Mangold dirige Christian Bale e Matt Damon nel film che ripercorre l’impresa compiuta dalla Ford alla 24 ore di Le Mans del 1966, capace di interrompere l’egemonia Ferrari nella gara di endurance più famosa del mondo.
A distanza di 14 anni da Walk the Line, pellicola che ripercorre la vita di Johnny Cash, Mangold porta nuovamente sul grande schermo un film basato su avvenimenti reali, in cui i protagonisti, Bale e Damon, interpretano rispettivamente il pilota automobilistico Ken Miles e l’imprenditore Carroll Shelby, due tra le figure più importanti dietro il successo della casa americana, dal cui lavoro nacque la Ford GT40, in grado di trionfare sul tracciato francese per quattro anni consecutivi. Tutto questo si svolge nel contesto della cosiddetta “Guerra Ferrari-Ford”, nata in seguito al rifiuto da parte di Enzo Ferrari di cedere la casa automobilistica di Maranello agli americani, che volevano farne il reparto corse della Ford, che in quel periodo stava attraversando una crisi di vendite e voleva rifarsi la reputazione con un’auto in grado di vincere la prestigiosa gara di endurance.
È proprio dalla crisi della Ford e dalla ricerca da parte dei dirigenti (in primis Henry Ford II) di nuovi stimoli per migliorarne l’immagine che parte il percorso che porterà la casa statunitense alla vittoria di Le Mans, nonché le vicende di questo film. La pellicola si può idealmente dividere in due parti: una prima maggiormente incentrata sul lato manageriale delle vicende e una seconda in cui viene approfondito il lato sportivo, dalla progettazione dell’auto al gran finale nel Circuit de la Sarthe. La prima parte è quella in cui viene approfondita la psicologia dei personaggi, a partire dai due protagonisti: Carroll Shelby è un ex pilota di Formula 1 il quale, ritiratosi dalle corse a causa di un problema cardiaco, fonda la Shelby Automobiles, che diventerà partner della Ford in occasione delle competizioni sportive. Matt Damon offre un’interpretazione molto matura, capace di far trasparire da un lato la frustrazione di Shelby derivata dal ritiro prematuro, dall’altro la passione che questi infonde mentre progetta e assembla la vettura per le corse. È in seguito al ritiro che il suo personaggio realizza quanto può essere pericoloso il motorsport, e ha più volte occasione di ricordare a Miles quali possono essere i rischi nel guidare certi tipi di auto. Sua è questa bellissima quanto inquietante citazione:
C’è un momento in cui a 7.000 giri al minuto tutto svanisce. La macchina diventa senza peso. Scompare. Resta un corpo che attraversa lo spazio e il tempo. È a 7.000 giri al minuto che l’incontri. È là che ti aspetta.

Il ruolo di Ken Miles è l’ennesima dimostrazione della bravura di Christian Bale. Si tratta di un reduce della seconda guerra mondiale (ha partecipato al D-Day) appassionato di motori, dal cui incontro con Shelby nascerà uno dei team più forti dell’automobilismo degli anni ’60. Inizialmente non piace ai vertici dell’azienda, a causa del suo difficile carattere, ma la fiducia che Shelby ha in lui, unita ai risultati di alcune competizioni precedenti a quella di Le Mans, tra cui la 24 ore di Daytona, convinceranno la compagnia a sceglierlo come pilota di punta per la gara in Francia. Sarà lui infatti a iniziare e a terminare la gara per la sua scuderia. Durante tutto il film viene inoltre approfondito il suo rapporto col figlio Peter (Noah Jupe), suo primo fan, che lo segue durante le prove e in quasi tutte le gare. Sono proprio i momenti insieme a Peter quelli in cui Ken è più calmo, quasi come se il figlio rappresentasse un momento di serenità in una vita segnata dal frastuono (prima della guerra poi dei motori).

I personaggi secondari sono gestiti col giusto minutaggio, nonostante alcuni siano caratterizzati in modo eccessivamente caricaturale, con un ruolo creato per enfatizzare alcuni momenti del film. È il caso di Leo Beebe (interpretato da Josh Lucas), uno dei colletti bianchi della Ford e della sua avversità verso Ken Miles, motivata dal fatto che il pilota non fosse un giusto uomo immagine per la compagnia. O Henry Ford II (Tracy Letts), rappresentato come un boss capriccioso e ignorante sul mondo delle corse. Diverso è il caso di Lee Iacocca (Jon Bernthal), responsabile marketing della compagnia, che ha la brillante idea di creare un’auto capace di vincere la 24 ore di Le Mans, sfidando lo scetticismo dei suoi colleghi. È rappresentato come un manager dinamico e ambizioso. L’italiano Remo Girone interpreta Enzo Ferrari, che, spinto dall’orgoglio (e forse anche da un sano patriottismo), si rifiuta di cedere la compagnia di Maranello agli americani, preferendo un accordo con Fiat. Da lì in poi, si limiterà a guardare gli sviluppi degli eventi, con un po’ di invidia verso i suoi avversari.
L’ultima ora del film è dedicata alla gara di Le Mans. Grazie a queste scene possiamo vedere l’alto tasso tecnico di questo film, a cominciare dalla fedele riproposizione di alcuni degli avvenimenti che hanno caratterizzato la gara, come il contatto di Ken Miles durante la partenza, i duelli della Ford contro la Ferrari (guidata, tra tutti, da Lorenzo Bandini), e il controverso finale con le Ford che tagliano insieme la linea del traguardo.

Aver preferito la creazione di repliche delle automobili piuttosto che ricorrere alla CGI ha contribuito a generare delle bellissime sequenze che denotano la passione di Mangold per questo film e permettono agli amanti del motorsport (me compreso) di godersi al meglio le fasi della gara, ben rappresentata, anche grazie alla costante adrenalina data dal mix di alta velocità e senso del pericolo che solo chi ha l’ardore di salire su questi mezzi conosce. Ford v Ferrari ci porta dentro l’abitacolo e ci fa vivere le stesse emozioni del pilota, Ken Miles in particolare, che si alternano fra rabbia (quando non riesce a chiudere la portiera dell’auto), paura (quando i piloti davanti a lui sono coinvolti in un grave incidente) e determinazione (bel duello contro Bandini), che lasciano spazio agli ultimi sospiri di stanchezza e soddisfazione quando Miles, consapevole di essere a un passo dalla vittoria, sul rettilineo delle Hunaudières, alza il piede dall’acceleratore e obbedisce a un ordine di scuderia, per tagliare il traguardo insieme a Bruce McLaren e Ronnie Bucknum, entrambi su Ford, e avere un’immagine iconica da riutilizzare per la campagna pubblicitaria e rilanciare il marchio. Vincitore della corsa fu Bruce McLaren, arrivato sul traguardo insieme a Miles ma che, essendo partito diverse posizioni dietro quest’ultimo, vinse la gara in virtù di un regolamento che assegna la vittoria a chi percorre più chilometri, una norma tipica delle gare di endurance. Se non fosse stato per questa decisione, Miles sarebbe stato l’unico pilota della storia ad aver vinto a Sebring, Daytona e Le Mans nello stesso anno. Purtroppo fu un’impresa che non poté realizzare, da momento che rimase vittima, nello stesso anno, di un incidente nel circuito di Riverside, in California.

Regia, fotografia e interpretazioni degli attori hanno reso credibili le vicende umane e quelle sportive che Ford v Ferrari ha portato negli schermi. Unica pecca l’eccessiva distorsione della realtà in alcuni momenti della pellicola per fini narrativi. Il motorsport ha tuttavia ancora tante storie da riproporre in chiave cinematografica, e non vedo l’ora di vedere altri film di questo genere in futuro. Dopo la rivalità di Lauda e Hunt che abbiamo visto in Rush, e la leggendaria 24 ore di Le Mans del 1966 proposta in questo film cosa dobbiamo aspettarci? Un altro film dedicato alla Formula 1 (Senna vs Prost, Schumacher e gli anni d’oro della Ferrari), al rally, al motomondiale? L’augurio è che ne escano il più possibile. Penso ci sia davvero il bisogno di raccontare le vite di questi uomini dal coraggio sovrumano, sempre pronti a superare i propri limiti.




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