
Esiste una solitudine particolare che appartiene solo a chi vigila mentre la città sogna. È una solitudine fatta di metallo freddo, luci intermittenti e la consapevolezza che, oltre il perimetro che ci è affidato, siamo gli ultimi baluardi tra l’ordine e il caos. Ma cosa succede quando il caos non ha la forma di un’intrusione fisica, bensì quella di un volto umano deformato dalla disperazione?
Recentemente, la notte mi ha messo davanti a uno specchio oscuro. Una donna, prigioniera di una dipendenza che ne aveva cancellato i lineamenti, occupava uno spazio privato. Non era un furto in corso; era una sfida esistenziale. Mi scherniva, mi provocava con la violenza di chi non ha più nulla da perdere, cercando di trascinarmi nel suo fango emotivo. In quegli istanti, la divisa che indosso non era solo un ruolo professionale: era il confine tra due mondi.
La danza con l’entità: Oltre la maschera di Pennywise
Guardandola, ho sentito l’eco di una delle figure più inquietanti della letteratura e del cinema contemporaneo: il Pennywise di Stephen King. In IT, l’entità non attacca semplicemente il corpo; si nutre della reazione della vittima. Pennywise muta forma per trovare la crepa nella tua armatura, per vedere se può farti diventare “piccolo” come lui attraverso la paura o la rabbia.
Quella donna, in quel momento, era la mia entità. Cercava la mia rabbia per giustificare la propria. Voleva che io smarrissi la mia lucidità, che la mia concretezza di uomo e di guardiano si sciogliesse nell’istinto di reagire. Ma la lezione del “Club dei Perdenti” è chiara: il mostro perde potere quando smetti di credere alla sua realtà. Restando fermo, ho scelto di non alimentare la sua visione distorta. Ho scelto di essere il perimetro che lei non poteva oltrepassare.
Lo Stoicismo della Ronda: La forza del “Non-Agire”
La filosofia non è un esercizio da biblioteca; è la torcia che impugni quando il buio si fa denso. In quel parcheggio, ho applicato il principio stoico di Marco Aurelio: “La migliore vendetta è non essere come colui che ti ha fatto il torto”.
Chiamare la centrale, attendere la Polizia, temporeggiare mentre gli insulti mi piovevano addosso come pietre, non è stata una ritirata. È stata una dimostrazione di forza suprema. Ho opposto al suo grido il mio silenzio operativo. Ho lasciato che la sua tempesta si infrangesse contro la mia calma, proteggendo non solo il sito, ma la mia integrità di uomo. Il Guardiano non vince quando usa la forza, ma quando la sua stessa presenza rende la forza superflua.
Il sipario cala: La pietà senza salvezza
Ho saputo, tempo dopo, che quella donna è andata incontro a un destino tragico. È qui che la rubrica abbandona la teoria per farsi carne e sangue. Come nel finale di un film noir dove non c’è spazio per il lieto fine, resta l’amarezza di un incontro che è stato solo un passaggio verso il nulla.
Dobbiamo accettare la tragica maturità del nostro ruolo: noi siamo i presidi della soglia, ma non siamo i padroni del destino. Possiamo offrire la fermezza che salva un luogo, ma non possiamo curare l’abisso che una persona si porta dentro. Siamo testimoni di storie che finiscono male, custodi di una realtà che non fa sconti. La nostra vittoria è restare umani in un contesto che spinge a smettere di esserlo.
Nota di Trasparenza e Tutela Legale
Ai sensi delle normative vigenti e degli obblighi di riservatezza professionale, si precisa che i fatti narrati in questa rubrica sono stati opportunamente rielaborati e trasfigurati a scopo narrativo e filosofico. I luoghi, i nomi e i dettagli identificativi sono stati rimossi o alterati per garantire l’anonimato totale di terzi e la sicurezza dei siti sorvegliati. Questo testo non costituisce un rapporto di servizio né una denuncia, ma rappresenta una riflessione personale e creativa sulla figura della Guardia Giurata nel contesto urbano contemporaneo.



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