Genova: La Superba Tra il Fango e l’Infinito

Tra l’aspro scoglio e il ferro del pontile, Genova dorme e veglia, madre e porto, con quel suo viso antico e un po’ ostile, di chi non cerca mai alcun conforto. È un labirinto d’ombra e di caruggi, dove il tempo s’incaglia tra le mura, e tra i sospiri e i rapidi rifugi, nasconde la bellezza e la paura.

In Via del Campo, tra i passi e il peccato, Fabrizio vide i fiori nel letame, un paradiso povero e scordato, che sa saziare anche la peggior fame. E Paolo, con la sua risata amara, sfidava il mondo e la sua ipocrisia, mentre la vita, che non è mai rara, fuggiva via in una strana agonia.

“Senza fine”, cantavi, caro Gino, mentre il mare bagnava la tua stanza, sfidando quel proiettile e il destino, in una ferma e nobile costanza. Ma quando il Bisagno rompe gli argini e il cuore, e l’acqua corre scura verso il molo, Genova resta, nel suo gran dolore, senza mai chiedere un aiuto o un nolo.

Porto di tutti, ma cuore di pochi, terra che morde eppure ti disseta, tra i fumi neri e i soliti suoi giochi, tu resti per noi tutti… l’unica meta. Dalle puttane di Faber ai sogni di Paoli, fino al cinismo di un tragico Fantozzi, siete i pilastri, i fari e i vecchi moli, di una bellezza che non ha singhiozzi.

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